Il Paese Dei Coppoloni il film

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Sono appena rientrato dal cinema,sono ancora un po stordito,non so se per il film o per i commenti non troppo entusiasti che ho sentito al termine della proiezione. Il mio Vinicio questa volta mi ha dato svariate idee,diversi spunti su cui riflettere, ed io, non sò proprio da dove cominciare,credo che inizierò dal principio.

Vinicio Capossela è nato ad Hannover,una città della Germania centro-settentrionale, egli stesso dice:Siccome sono nato in Germania,da piccolo me ne vantavo! Mi pareva un tocco di esotismo che poteva battere solo il nipote della maestra, che era nato però in Australia, era alto, biondo e veniva sempre eletto capoclasse”. Per tutto il film,il quale è ricolmo di personaggi dall’accento meridionale, mi son chiesto:”Ma in chè paese è?” e soprattutto perchè non siamo ad Hannover?

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Il paese dei coppoloni è ambientato in una terra mitica, l’Irpinia, di cui Capossela ha sempre sentito parlare dai genitori – nati in due paesini di quella zona, Calitri e Andretta – […]non sono luoghi nei quali sono realmente cresciuto, ma può raccontare un’infanzia che ci comprende tutti[…]allora userò una parola, che anche se non so il tedesco, mi pare adatta a definire una sensazione, più che un luogo. Una parola che in italiano non ho ancora trovato, ed è Heimat. Si potrebbe forse tradurre con patria, ma è proprio un concetto differente. […]Heimat è femminile. E’ materno. Per come lo comprendo io è il luogo, o ancora più il sentimento, in cui ci si sente “a casa”. Ma è una casa da cui ci si è separati, ed è dunque perduta. Il concetto spaziale, tende a spostarsi sul piano temporale. Diviene il “paesaggio e il mondo perduto dell’infanzia. Io aggiungo di più, alla mia Heimat. Non è la mia infanzia, ma quella del mondo. Questa infanzia alberga nel mito, quindi nel racconto meraviglioso, l’unico luogo che può comprenderla”.

Così ho preferito accostare alla Heimat il concetto di Nostos, corrispondente greco di “viaggio” dal quale origina la parola “nostalgia” come dolore, mancanza; infatti esso non va inteso in modo concreto e realistico, ma in senso simbolico di desiderio, tensione di conoscenza e di ricerca e – viceversa – di distacco,di allontanamento da sé e dalle cose più care. Ed è proprio in una sua canzone intitolata “Nostos” (Dove gran parte del testo è ripreso dal Canto XXVI dell’Inferno della Comedìa di Dante) che Capossela descrive le ragioni del viaggio di Odisseo.

“Né pietà di padre
né tenerezza di figlio
 né amore di moglie
ma misi me per l’alto mare aperto
oltre il recinto della ragione,
oltre le colonne che reggono il cielo,
fino alle isole fortunate,
purgatorio del paradiso
Nostos Nostos
Fino alle terre retro al sol e sanza gente”

Né il padre, né il figlio, né l’amore per la moglie possono trattenere Ulisse dalla sua sete di conoscenza. Così come l’eroe omerico deve affrontare maghe e mostri incivili, e deve resistere a diverse tentazioni, come quelle offertegli dalle Sirene e da Calipso, l’eroe caposseliano deve misurarsi con i paesani, i quali, con i loro stortinomi, sembran quasi delle figure mitiche. Troviamo il cantante Ciccillo, le Mammenonne dai volti severi come lapidi, il barbiere che conosce “lu cant” o ancora Testadiuccello, cieco e veggente, profetico e rebetiko. Poi, c’è la Leggenda della Criatura r’ la Cupa:“Il lato della cupa è il lato oscuro! Sono tutte le creature che non amano chiarirsi allo sguardo. E che si fanno vedere da uno solo alla volta in modo che nessuno possa dire di averle viste davvero”.

La leggenda vuole che un giovane contadino, tornando dalla campagna, camminava col suo asino nei pressi del torrente Cortino, in località Cupa. Gli unici rumori udibili erano il canto del giovane ed il rumore degli zoccoli del suo asino. Ad un tratto, udì un vagito: il contadino trovò fra i cespugli una bimba, la prese in braccio e continuò a camminare. Ma passo dopo passo la piccola pesava sempre di più, tanto da non riuscire più a reggerla, e il contadino la posò a terra; quando andò a riprenderla, notò che la bambina, che ormai aveva assunto sembianze mostruose, rideva di un ghigno beffardo. Il contadino, pensando che si trattasse di un demonio, fuggì via. Il giorno dopo il giovane fu costretto a letto da una febbre altissima.”(Guarda caso La Cùpa è la società di produzione delle opere discografiche, video e degli spettacoli di Vinicio Capossela dal 2007 e sarà proprio “Canzoni della Cupa” il titolo del suo nuovo album N.d.A.).

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 Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?“.

Forse fra le figure che più mi ha colpito c’è il Pumminale,una sorta di cane mannaro,che in questa versione esprime una natura bassa la quale fa parte di noi,infatti le setole che si porta dentro sono quelle del porco maiale. Ed è forse questo sporco animale a incarnare il buio che abbiamo dentro! Esso, come una Sirena ci ammalia mentre ci porta verso un banco di scogli rovinosi.  “Ognuno di noi ha dentro diversi animali e deve,per conoscere se stesso, capire quale natura lo domina. Camminante non inquietarti, sono io la voce del bivio. Non ho forma sicura, che è il dubbio a plasmarmi i contorni. Di ogni animale ho l’aspetto e tu, a quale specie appartieni? A quale animale? Non sarà uno solo,cambierà forma in cammino, e così muterai tu inseguendolo. Occorre trasformarsi,divenire con lui perchè mai la natura è una sola”.

Il Pumminale

D’un tratto ecco apparire la famosa Banda della Posta,un gruppo di musicanti che era solito suonare agli sposalizi ma che oggi non suona più. “Eh ma quà sono dispettosi in questo paese, malecristiani! Vedete quelli che ancora in questo paese ci abitano a noi chiudono le finestre. Vogliono le modernità,si sono stufati delle canzoni nostre. Lo fanno per l’ammiria,siamo fuori di legge,siamo banditi.Quando suoniamo ci mandano i Carabinieri.” (Il termine napoletano “ammiria” indica l’invidia N.d.A.)

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Capossela continua la sua Odissea Irpina facendo una profondissima riflessione:”Questa società che ha perso grandemente il senso del rito, la ritualià condivisa. Una delle ritualità fondanti di tutte le società è lo sposalizio. Lo sposalizio si è trasformato in matrimonio. Gli sposalizi contadini hanno l’eco delle grandi feste pagane di liberazione,riti fondanti per rigenerare il mondo, distruggerlo e rigenerarlo. C’è qualcosa che va distrutta,come dicono quà si devono frecare tutto! Già a partire dal piatto principale con le Cannazze che altro non sono che degli ziti,dove ziti significa già sposi, spezzati e con un sugo che bolle per ore e ore e questo profumo che già quando si è piccoli significa che c’è qualcuno che ti vuole bene. […]“. Questo sugo era condito con la “brasciola”un involtino di carne stracotta attorcigliata in uno spago,come la coppia di sposi che per tradizione veniva avvolta dai partecipanti in innumerevoli zacharelle (stelle filanti N.d.A.) “Tutto era materia, lo spirito scappava,i corpi che si urtavano nella quatriglia,i corpi che mangiavano, in cui non esisteva individualità,ma soltanto lo stare insieme. Questo gruppo che pian piano si stringeva attorno alla nuova coppia, come se fosse esattamente quella “brasciola” viene inghiottita dalla società. Questo era il senso dello sposalizio.

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Ci accompagna al termine di questa storia senza tempo un suo riadattamento della canzone di Matteo Salvatore chiamata “La notte è bella”.

Come nel precedente film Indebito (trovate la recensione cliccando QUI) anche Il Paese dei Coppoloni ci narra un viaggio. Si potrebbe partire da Calitri per giungere in qualsiasi paesino italiano,ma non sono tanto le coordinate geografiche ad essere fondamentali, perchè infondo il Paese Dei Coppoloni è la nostra Itaca,la nostra Heimat. Specchio di una antica società,ricca di tradizioni,riti e sortilegi che oramai si sta via via perdendo con la modernità. “C’è tutta un’Italia interna fatta di paesi,di terre e di campagne che è stata largamente svuotata. E’ rimasto un grande vuoto che l’attualità cerca di riempire sempre in forma più violenta. La contemporaneità arriva in forma di trivellazione,di centrale eoliche, di discariche”. Un universo a cui noi stessi stiamo rinunciando senza neanche accorgercene, ed è per questo che dobbiamo metterci in viaggio,per conoscere noi stessi,per ritrovare noi stessi. “Chi si mette a disposizione della via lo fa soprattutto per rispondere alla domanda più antica:”Conosci te stesso” il conoscere se stessi è una cosa che passa attraverso gli altri. E dunque sono gli incontri a definire mano mano la nostra identità“. L’invito di Vinicio è lo stesso che troviamo nel tempio di Apollo a Delfi: γνῶθι σεαυτόν (gnōthi seautón) Conosci te stesso. 

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Secondo un celebre aforisma cinese “chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita”,così io vi chiedo:

“Chi siete? Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?

 

 

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