Chronic,un film per medici ammalati


Più volte mi viene domandato perché mai uno dovrebbe scegliere di fare il medico. Credo non esista una risposta univoca ma in molti converranno con me che la scelta sia prevalentemente mirata a fare del bene. Ma le ragioni reali del perché si scelga questo percorso albergano molto spesso nella nostra parte più profonda,quella che tanto ci affatichiamo a nascondere e a reprimere,che affonda le sue radici nel nostro passato.

Michel Franco,che nel 2012 vinse il Certain Regard di Cannes con Después de Lucía, ci regala una nuova pellicola incentrata sui sensi di colpa e sulla morte.

David Wilson (Tim Roth) è un infermiere dedito all’assistenza domiciliare di pazienti terminali e cronici.Il suo accudimento,che sin da subito si manifesta in perfetta empatia con i suoi pazienti,viene immediatamente esasperato in contatti fisici e conforto. L’atteggiamento di David viene svelato passo passo nel corso del film,mostrando un passato fatto da separazioni e lutti. Egli dunque trasforma inconsciamente i propri pazienti in membri virtuali della propria famiglia: mogli, fratelli, madri. Che per merito di questo espediente tenta di far rivivere o mantiene in vita.

Nel corso del film non vi sono numerosi colpi di scena,ma un senso di malinconia e malessere ci pervade. Non sono solo le immagini “spietate” dei pazienti alle prese con la propria morte ad infierire sullo spettatore,bensì la totale assenza di momenti di pausa,come dovrebbe fisiologicamente avvenire fra un paziente e l’altro per un qualsiasi medico/infermiere per tentare di prendere le debite distanze dalla malattia.

Questa continuità di malessere esistenziale viene perfettamente incarnata da Tim Roth. Gli incontri con la figlia e il jogging sono solo un diversivo,che non allentano minimamente le sofferenze del protagonista (e le nostre).

Emblematica sarà la scena quando,seduto solo al bancone di un bar,una giovane coppia decide di offrigli da bere per includerlo nel loro festeggiamento di nozze. Anche qui non risparmierai i novelli sposi dalla sua profonda depressione citando sua moglie e di come sia morta. 

Il lavoro per David diviene un contrappasso dantesco dove l’occuparsi dei pazienti e l’abnegazione di sé diventano l’unica “soluzione” al dolore. La tanto agognata redenzione appare lontana e irraggiungibile,ma noi spettatori sappiamo bene che questa è solo un’ombra che finirà con l’inghiottirlo definitivamente.

Il Paese Dei Coppoloni il film

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Sono appena rientrato dal cinema,sono ancora un po stordito,non so se per il film o per i commenti non troppo entusiasti che ho sentito al termine della proiezione. Il mio Vinicio questa volta mi ha dato svariate idee,diversi spunti su cui riflettere, ed io, non sò proprio da dove cominciare,credo che inizierò dal principio.

Vinicio Capossela è nato ad Hannover,una città della Germania centro-settentrionale, egli stesso dice:Siccome sono nato in Germania,da piccolo me ne vantavo! Mi pareva un tocco di esotismo che poteva battere solo il nipote della maestra, che era nato però in Australia, era alto, biondo e veniva sempre eletto capoclasse”. Per tutto il film,il quale è ricolmo di personaggi dall’accento meridionale, mi son chiesto:”Ma in chè paese è?” e soprattutto perchè non siamo ad Hannover?

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Il paese dei coppoloni è ambientato in una terra mitica, l’Irpinia, di cui Capossela ha sempre sentito parlare dai genitori – nati in due paesini di quella zona, Calitri e Andretta – […]non sono luoghi nei quali sono realmente cresciuto, ma può raccontare un’infanzia che ci comprende tutti[…]allora userò una parola, che anche se non so il tedesco, mi pare adatta a definire una sensazione, più che un luogo. Una parola che in italiano non ho ancora trovato, ed è Heimat. Si potrebbe forse tradurre con patria, ma è proprio un concetto differente. […]Heimat è femminile. E’ materno. Per come lo comprendo io è il luogo, o ancora più il sentimento, in cui ci si sente “a casa”. Ma è una casa da cui ci si è separati, ed è dunque perduta. Il concetto spaziale, tende a spostarsi sul piano temporale. Diviene il “paesaggio e il mondo perduto dell’infanzia. Io aggiungo di più, alla mia Heimat. Non è la mia infanzia, ma quella del mondo. Questa infanzia alberga nel mito, quindi nel racconto meraviglioso, l’unico luogo che può comprenderla”.

Così ho preferito accostare alla Heimat il concetto di Nostos, corrispondente greco di “viaggio” dal quale origina la parola “nostalgia” come dolore, mancanza; infatti esso non va inteso in modo concreto e realistico, ma in senso simbolico di desiderio, tensione di conoscenza e di ricerca e – viceversa – di distacco,di allontanamento da sé e dalle cose più care. Ed è proprio in una sua canzone intitolata “Nostos” (Dove gran parte del testo è ripreso dal Canto XXVI dell’Inferno della Comedìa di Dante) che Capossela descrive le ragioni del viaggio di Odisseo.

“Né pietà di padre
né tenerezza di figlio
 né amore di moglie
ma misi me per l’alto mare aperto
oltre il recinto della ragione,
oltre le colonne che reggono il cielo,
fino alle isole fortunate,
purgatorio del paradiso
Nostos Nostos
Fino alle terre retro al sol e sanza gente”

Né il padre, né il figlio, né l’amore per la moglie possono trattenere Ulisse dalla sua sete di conoscenza. Così come l’eroe omerico deve affrontare maghe e mostri incivili, e deve resistere a diverse tentazioni, come quelle offertegli dalle Sirene e da Calipso, l’eroe caposseliano deve misurarsi con i paesani, i quali, con i loro stortinomi, sembran quasi delle figure mitiche. Troviamo il cantante Ciccillo, le Mammenonne dai volti severi come lapidi, il barbiere che conosce “lu cant” o ancora Testadiuccello, cieco e veggente, profetico e rebetiko. Poi, c’è la Leggenda della Criatura r’ la Cupa:“Il lato della cupa è il lato oscuro! Sono tutte le creature che non amano chiarirsi allo sguardo. E che si fanno vedere da uno solo alla volta in modo che nessuno possa dire di averle viste davvero”.

La leggenda vuole che un giovane contadino, tornando dalla campagna, camminava col suo asino nei pressi del torrente Cortino, in località Cupa. Gli unici rumori udibili erano il canto del giovane ed il rumore degli zoccoli del suo asino. Ad un tratto, udì un vagito: il contadino trovò fra i cespugli una bimba, la prese in braccio e continuò a camminare. Ma passo dopo passo la piccola pesava sempre di più, tanto da non riuscire più a reggerla, e il contadino la posò a terra; quando andò a riprenderla, notò che la bambina, che ormai aveva assunto sembianze mostruose, rideva di un ghigno beffardo. Il contadino, pensando che si trattasse di un demonio, fuggì via. Il giorno dopo il giovane fu costretto a letto da una febbre altissima.”(Guarda caso La Cùpa è la società di produzione delle opere discografiche, video e degli spettacoli di Vinicio Capossela dal 2007 e sarà proprio “Canzoni della Cupa” il titolo del suo nuovo album N.d.A.).

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 Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?“.

Forse fra le figure che più mi ha colpito c’è il Pumminale,una sorta di cane mannaro,che in questa versione esprime una natura bassa la quale fa parte di noi,infatti le setole che si porta dentro sono quelle del porco maiale. Ed è forse questo sporco animale a incarnare il buio che abbiamo dentro! Esso, come una Sirena ci ammalia mentre ci porta verso un banco di scogli rovinosi.  “Ognuno di noi ha dentro diversi animali e deve,per conoscere se stesso, capire quale natura lo domina. Camminante non inquietarti, sono io la voce del bivio. Non ho forma sicura, che è il dubbio a plasmarmi i contorni. Di ogni animale ho l’aspetto e tu, a quale specie appartieni? A quale animale? Non sarà uno solo,cambierà forma in cammino, e così muterai tu inseguendolo. Occorre trasformarsi,divenire con lui perchè mai la natura è una sola”.

Il Pumminale

D’un tratto ecco apparire la famosa Banda della Posta,un gruppo di musicanti che era solito suonare agli sposalizi ma che oggi non suona più. “Eh ma quà sono dispettosi in questo paese, malecristiani! Vedete quelli che ancora in questo paese ci abitano a noi chiudono le finestre. Vogliono le modernità,si sono stufati delle canzoni nostre. Lo fanno per l’ammiria,siamo fuori di legge,siamo banditi.Quando suoniamo ci mandano i Carabinieri.” (Il termine napoletano “ammiria” indica l’invidia N.d.A.)

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Capossela continua la sua Odissea Irpina facendo una profondissima riflessione:”Questa società che ha perso grandemente il senso del rito, la ritualià condivisa. Una delle ritualità fondanti di tutte le società è lo sposalizio. Lo sposalizio si è trasformato in matrimonio. Gli sposalizi contadini hanno l’eco delle grandi feste pagane di liberazione,riti fondanti per rigenerare il mondo, distruggerlo e rigenerarlo. C’è qualcosa che va distrutta,come dicono quà si devono frecare tutto! Già a partire dal piatto principale con le Cannazze che altro non sono che degli ziti,dove ziti significa già sposi, spezzati e con un sugo che bolle per ore e ore e questo profumo che già quando si è piccoli significa che c’è qualcuno che ti vuole bene. […]“. Questo sugo era condito con la “brasciola”un involtino di carne stracotta attorcigliata in uno spago,come la coppia di sposi che per tradizione veniva avvolta dai partecipanti in innumerevoli zacharelle (stelle filanti N.d.A.) “Tutto era materia, lo spirito scappava,i corpi che si urtavano nella quatriglia,i corpi che mangiavano, in cui non esisteva individualità,ma soltanto lo stare insieme. Questo gruppo che pian piano si stringeva attorno alla nuova coppia, come se fosse esattamente quella “brasciola” viene inghiottita dalla società. Questo era il senso dello sposalizio.

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Ci accompagna al termine di questa storia senza tempo un suo riadattamento della canzone di Matteo Salvatore chiamata “La notte è bella”.

Come nel precedente film Indebito (trovate la recensione cliccando QUI) anche Il Paese dei Coppoloni ci narra un viaggio. Si potrebbe partire da Calitri per giungere in qualsiasi paesino italiano,ma non sono tanto le coordinate geografiche ad essere fondamentali, perchè infondo il Paese Dei Coppoloni è la nostra Itaca,la nostra Heimat. Specchio di una antica società,ricca di tradizioni,riti e sortilegi che oramai si sta via via perdendo con la modernità. “C’è tutta un’Italia interna fatta di paesi,di terre e di campagne che è stata largamente svuotata. E’ rimasto un grande vuoto che l’attualità cerca di riempire sempre in forma più violenta. La contemporaneità arriva in forma di trivellazione,di centrale eoliche, di discariche”. Un universo a cui noi stessi stiamo rinunciando senza neanche accorgercene, ed è per questo che dobbiamo metterci in viaggio,per conoscere noi stessi,per ritrovare noi stessi. “Chi si mette a disposizione della via lo fa soprattutto per rispondere alla domanda più antica:”Conosci te stesso” il conoscere se stessi è una cosa che passa attraverso gli altri. E dunque sono gli incontri a definire mano mano la nostra identità“. L’invito di Vinicio è lo stesso che troviamo nel tempio di Apollo a Delfi: γνῶθι σεαυτόν (gnōthi seautón) Conosci te stesso. 

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Secondo un celebre aforisma cinese “chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita”,così io vi chiedo:

“Chi siete? Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?

 

 

One Man Metal – Il documentario sul Black Metal

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Ecco un interessantissimo documentario sul Black Metal. Iniziato nel 2011 e pubblicato in tre parti un anno dopo, One Man Metal ci accompagna nelle oscure e aride lande del Black Metal attraverso tre importanti figure mai videointervistate prima: Leviathan, Striborg e Xasthur. Ad attenderci questa volta quindi non sono i resti di chiese in fiamme in Norvegia,bensì l’alienante America,una società che lontana dal grande sogno, è in grado di divorare e poi sputare ogni individuo incapace di omologarsi. Noisey segue le vite di questi tre enigmatici artisti,fin dentro le loro case.

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Ad Oakland, California, riposa il Leviatano. Dopo averci mostrato il suo studio di tatuaggi e spiegata la sua concezione di Black Metal,si dilunga sulla storia della sua infanzia,di come abbia deciso di abbandonare la scuola e di come,lentamente,sia stato allontanato anche dalla sua famiglia.Gran parte della sua adolescenza è stata spesa sullo skateboard. Jef infatti appare sulla copertina del gioco per Nintendo:Skate or die 2. Inoltre,dopo aver parlato dei suoi problemi penali, per accusa di stupro e percosse (quì trovate un approfondimento del Chicago Tribune) mostra le foto della sua ex-fidanzata oramai stroncata da un cancro al cervello.

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Anche a Sud della Tasmania il Black Metal è riuscito ad estendere i propri artigli. Ed è proprio quì che Russel,immerso in una natura tropicale,ci spiega il significato del corpse painting. “Il Blast-beat è il cuore della terra” dice, e subito ci trascina in una caverna dove nel buio più totale intona un suo brano. E’ evidente la forte influenza che la Natura esercita sul progetto Striborg.Essa è infatti “una finestra sulla depressione“. L’intervista si muove in lunghe passeggiate e attese nel silenzio della foresta,dove Russel spiega l’evoluzione e i cambiamenti che la sua musica ha avuto nel corso degli anni:”I primi periodi era tutto molto veloce,frenetico per via delle droghe che assumevo ogni giorno. Quando poi ho smesso, mi sono reso conto che tutte queste sostanze non facevano altro che offuscare la mia mente,così ho manifestato con più sentimento la depressione nella mia musica”.

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Di tutti e tre i progetti,quello di Scott Conner, è quello più alienante. Una casa ricca di soli strumenti musicali,con un semplice materasso a fare da giaciglio.E’ semplicemente questo il covo dove Xasthur,come una madre infetta, continua a partorire i suoi abomini. Mostrandoci quanto la sua attitudine sia un qualcosa di innato: “Non importa quanti soldi io investa nella musica,non sono mai abbastanza. Nonostante questo la musica non ti ripaga mai. E’ come un rappoto di amore e odio.” E dei motivi che lo hanno spinto ad intraprendere questo percorso in solitaria:“Ho provato a suonare con altre persone ma la gente non era realmente interessata al Black Metal. Non potrei neanche pagare qualche turnista, è una cosa che non funzionerebbe”. Ed è forse in quest’ultimo progetto che ritroviamo l’essenza pura,l’anima primordiale del black metal,il non voler essere conformista “non indosso magliette di gruppi musicali,non uso corpse painting e non porto i capelli lunghi,non sono un ragazzino che deve dimostrare niente a nessuno. Quello che faccio è lo specchio della mia mente,ma ciò che è peggio è che è uno specchio per l’umanità”.

Post Apocalyptic Cult

Crew of the B-29 "Enola Gay"Il genere Post Apocalittico è incentrato sulle vicende svoltesi dopo la fine del mondo. Le cause sono le più disparate e talvolta non sono neanche troppo chiare. Quello che importa è come la società si sviluppi dopo un evento così catastrofico! Sarà che sono un pessimista, ma l’idea che la società vada incontro ad un’inesorabile involuzione mi ha sempre affascinato. Eppure di tutti i film che ho visto non credo esista una società in grado di riscattarsi in alcun modo. Anzi, con il crollo delle istituzioni vengono ad imporsi quelli che veramente sono gli istinti primordiali dell’uomo: L’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione! “Homo homini lupus” diceva il filosofo T. Hobbes  ovvero “l’uomo è un lupo per l’uomo”. I post-apocalittici si ritrovano in uno stato di natura, cioè uno stato in cui non esiste alcuna legge,e quindi possono,in virtù della loro forza fisica o superiorità bellica imporsi sui più deboli o su chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei propri desideri. Sono tutti nemici di tutti, perchè tutti temono tutti. Viene a generarsi un continuo “bellum omnium contra omnes” ovvero “guerra di tutti contro tutti”.

426px-AtomicWar0101Il mio primo incontro col filone Post Apocalittico l’ho avuto intorno ai dieci anni,era estate e la sera ci divertivamo,assieme a mio padre, a guardare numerosi film e poi a discuterli al buio comodi sul divano. Dopo aver visto film come Strange Days, Star Wars o Le Tartarughe Ninja, una sera esce in programma: Interceptor, meglio conosciuto come Mad Max. Ricordo che dopo averlo visto rimasi folgorato, per tutta l’estate non pensavo ad altro, addirittura mi feci comprare una di quelle piccole tavole da surf solo perchè sopra c’era scritto “Bad Max”. Ricordo ancora la delusione quando,dopo averla comprata dissi:”Papà ho la tavola da surf di Bad Max” e lui:” Mad Max,si dice MAD Max!”.mad_max_ver2Il cinema è sicuramente una fonte inesauribile di film a tema post apocalittico. L’indimenticabile 1997: Fuga da New York di Carpenter, dove Snake Plissken deve fare irruzione in una città-carcere di massima sicurezza, un microcosmo della peggio feccia di New York. Il colossale Waterworld dove Kevin Costner si ritroverà a navigare alla ricerca di lembi di terraferma in un mondo oramai sommerso dallo scioglimento dei ghiacci. Il film fù il più costoso dell’epoca, stiamo parlando di 175 milioni di dollari, 35 dei quali, essendo girato alle Hawaii, contribuirono all’economia dello stato. O ancora Fino alla fine del mondo di Wim Wenders. Tra i più recenti c’è Snowpiercer, dove a causa di un congelamento globale gli ultimi sopravvissuti sono costretti a vivere su di un treno, una mini-società umana divisa in classi sociali: i più poveri vivono nelle ultime carrozze; i più ricchi nei vagoni anteriori.

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Fra i più ben riusciti c’è il plumbeo The Road di John Hillcoat, dove in seguito ad una non meglio specificata catastrofe la terra è diventata deserto freddo, dove vagano solo pochi sopravvissuti,per lo più bande di cannibali e criminali, alla ricerca di cibo e acqua. La storia è incentrata su un padre e un figlio che percorrono a piedi gli Stati Uniti con la speranza di raggiungere a sud un clima migliore. Inquietante come il padre, Viggo Mortensen, insegni al figlio come suicidarsi con la pistola.

the road 1Inutile citare Io sono leggenda tratto dal romanzo omonimo di R. Matheson. È il terzo film basato su questo libro, dopo L’ultimo uomo della Terra (1964) dei registi Sidney Salkow e Ubaldo Ragona con il carismatico Vincent Price e 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man) di Boris Sagal.ultimo-uomo-della-terra-01

Ma fra tutti i film mai sfornati,la saga di Mad Max, e nello specifico Interceptor, resterà sempre il mio preferito, le motivazioni sono molte:Il protagonista, Max Rockatansky, interpretato da un giovanissimo Mel Gibson è una vittima che diviene eroe. Gli uccidono la famiglia? Lui non fa una piega, prende la sua fantastica V8 Interceptor ( Una Ford Falcon XB GT Coupé del 1973) e con un fucile a canne mozze ammazza tutti. E lo fa con un chiodo di pelle davvero invidiabile. 204623I nemici invece sono una gang di motociclisti,ma non i classici “tamarri” in sella ad Harley Davidson. Guidano motociclette Cafè Racer, indossano giubboti di pelle ultra borchiati e hanno acconciature Mohawk. E’ come se l’anarchia generatasi dalla fine del mondo avesse fatto sopravvivere solo questi Punks Nucleari armati fino ai denti.

495225-mad-maxmad-max-pic2Ma la cosa più sconcertante è che le riprese sono state svolte davvero in condizioni estreme. Ecco il regista David Eggby in sella a ad un Kawasaki 1000 a 180km/h.

MAD MAX_David EggbyIn ambito musicale una band che per tematiche e look “incarna lo stile post-apocalittico sono sicuramente i Children of Technology. A partire dal logo in chiaro stile Mad Max, per il loro look sembrano usciti dal manga Ken Shiro. Cantando a squarciagola canzoni come “No fuel,no hope” i C.o.T. possiedono un sound affilato come una motosega, una colonna sonora per la fine del mondo.

children_of_technology___mad_max_logo_by_bulletrider80s-d4t98vl

3540260349_photoAnche i manga e gli anime giapponesi hanno largamente contribuito ad ingrandire questo filone, primo fra tutti il violentissimo Ken Il Guerriero, un vero e proprio “Samurai post apocalittico” che segue il bushidō in un futuro terrestre completamente inaridito dove bande di teppisti seminano il terrore. Kenshiro,64º successore della scuola di arti marziali “Divina Scuola di Hokuto”, utilizza l’Hokuto Shinken una tecnica di combattimento in grado di far saltare teste.

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In un una violenta città futuristica ritroviamo Judge Dredd, un ufficiale di polizia di un corpo d’elite denominato i Giudici. A loro vengono dati i poteri della polizia, della magistratura e del governo, potendo quindi arrestare, giudicare e persino giustiziare i criminali sul posto.

JD010-Judge-Dredd-Starter-set-a_1024x1024L’arte diventa realtà con la Mutoid Waste Company di Joe Rush, un circolo di artisti, influenzati da Mad Max e dal fumetto Judge Dredd ,in grado di trasformare rottami e spazzatura in sculture gigantesche. Oramai da diversi anni hanno creato una vera e propria “società” chiamata Mutonia nei pressi di Santarcangelo di Romagna, dove è possibile vederli svolgere attività performative e visuali in difesa del libero arbitrio e del rapporto uomo-natura.

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Anche il mondo delle motociclette ha subito le influenze del genere. Gomme gigantesche e tassellate, taniche di benzina e cannoni rotanti sono in grado di superare ogni ostacolo.

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Mi sembra doveroso concludere questo post con il botto!

METALHEAD, il primo film sul Black Metal

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Ottava fatica del regista islandese Ragnar Bragason, “Màlmhaus” (nelle sale europee “Metalhead” ovvero “metallaro”) è,ad oggi, il primo film che porta nelle sale cinematografiche il Black Metal.

Siamo nei primissimi anni 90, agli esordi della seconda ondata del Black Metal Norvegese, Màlmhaus narra la storia di una ragazza di nome Hera (Thora Bjorg Helga),all’inizio del film dodicenne, che vede morire il fratello Baldur in un tragico incidente. Di quì entrerà in un vortice nero, incolpandosi per l’accaduto. La musica i poster degli Iron Maiden e dei Metallica nella stanza del fratello la faranno avvicinare a questo mondo. La possibilità di impugnare la sua chitarra e urlare il proprio dolore la renderanno diversa, specialmente davanti agli occhi del piccolo paesino in cui vive.

640x433xMetalhead-2-300dpi.jpg.pagespeed.ic.BCPabX2O2jHera si ritroverà completamente da sola a convivere con il suo dolore, visto che nessuno ha il coraggio di avvicinarla. Passano in televisione le immagini dell’Inner Circle, i Mayhem e le prime chiese in fiamme ed è quì che Hera scopre dell’esistenza del Black Metal, l’ala più estrema della musica metal, perfetta per incarnare le sue sofferenze. Nel corso del film si estranierà sempre di più, sino a rischiare la sua stessa vita. Troverà un prete, forse il prete più ganzo del mondo,che la aiuterà in questo suo percorso. Solo il finale risulta essere un tantino deludente (e che eviterò di rivelare)

1404331608_malmhaus1Le urla strazianti, i ritmi serrati delle percussioni mentre Hera suona davanti alla tomba del fratello sono un vero pugno nello stomaco,che fanno capire allo spettatore quanto, in fin dei conti, nonostante la crudezza delle note,si nasconda dietro un volto così terrorizzante in bianco e nero,una persona come tutte le altre,che grida al mondo il suo incurabile dolore.

670x280x970UkaL-670x280.jpg.pagespeed.ic._7EI59GwAsMàlhmaus è un film che mi ha particolarmente commosso perchè,da fan accanito del Black Metal,sono rimasto davvero sorpreso nel vedere che qualche regista potesse trattare l’argomento. Bragason stupisce, analizza il forte dolore che c’è alla base di una scelta di vita così drastica. Anche se non risulta del tutto convincente.

málmhausSe è vero che il Black Metal è un genere di nicchia e che difficilmente lo si ascolta, è anche vero che non tutti i black-metalhead si sono avvicinati alla musica per un “disagio giovanile”, e sicuramente non tutti devono essere “curati” dal cristianesimo. Su questo forse il regista pecca di Hýbris cercando di fornire un unica chiave di lettura per un mondo troppo vasto quale il Black Metal.

CURIOSITA’

Il nome del fratello di Hera è Baldur, come la divinità Norrena. L’aneddoto più celebre che lo riguarda narra della sua uccisione.

DoeplerBaldursKillingNell’Edda si narra che Baldr (in Islandese moderno Baldur) è figlio di Odino e di Frigga e fratello di Hodh, il Dio cieco; è il più bello e il più amato fra gli dei, ma è destinato a morire. Egli stesso infatti dopo innumerevoli incubi di morte decide di rivolgersi alla madre per cercare una soluzione. Frigga per proteggere Baldr decise di far giurare a tutti gli esseri sulla terra che mai nessuno avrebbe dovuto fargli del male. Solo il vischio,nato dopo il giuramento, fù escluso. Ogni giorno tutti si radunavano in cerchio attorno al Baldr lanciandogli qualsiasi cosa,senza che lui potesse mai essere ferito. Un giorno Loki,una divinità alquanto controversa nella mitologia Norrena, decise di porre in mano al Dio Cieco una freccia fatta di vischio. Egli la scaglia contro Baldr uccidendolo. La sua morte è il preludio alla catastrofe finale degli dei e del mondo, il cosidetto Ragnarök.

Forse non è un caso che il fratello di Hera si chiami Baldur e che la sua morte sia il preludio ad una catastrofe umana.

El Sicario, Room 164

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Siamo a Ciudad Juarez,cittadina messicana a ridosso del confine con gli Stati Uniti, nella stanza n 164 di un motel assieme a un killer messicano affiliato al cartello della droga. Ha ucciso più di 500 persone e sulla sua testa pende una taglia da 250mila dollari. Il regista Gianfranco Rosi,vincitore del “Doc/It Professional Award 2011”, ci porta dietro il sipario del Cartello Messicano attraverso un documentario sulla vita di questo sicario. Il progetto doveva essere incentrato su 4 storie messicane,

“ma alla fine la potenza del racconto di quest’uomo a volto coperto ha offuscato tutte le altre”.

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Per ben 80 minuti un uomo dalle possenti mani e dal capo coperto da un velo nero racconta la sua “vida loca”. Arruolatosi giovanissimo nella polizia statale di Chihuahua,della quale diviene presto comandante, viene addestrato dalla stessa alla “professione” di killer spietato. Corrotto dai Narcos finisce con il compiere circa 500 omicidi,alcuni dei quali vengono descritti con dovizia di particolari. Gente strangolata,persone bollite e mutilate, el sicario de Juarez non si ferma davanti a nulla, non prova il minimo rimorso per quello che fa. Offuscato dalla droga e dall’alcol,uccide senza pietà.

“Sotto un gigantesco recipiente con l’acqua bollente, calavamo le vittime a poco a poco con una corda e, quando perdevano i sensi, li tiravamo su. Gli arti che si erano cotti li tagliavamo via”.

Un giorno decide di smettere con la droga e da quel momento la sua vita cambierà per sempre. Ricercato dal cartello per aver rubato del denaro decide di darsi alla fuga con la sua famiglia. Finchè entrando in una chiesa viene convertito agli ordini di Dio. attraverso una messa spettacolare di gente che balla e danza in lacrime. A oggi El Sicario è ancora libero e con una taglia di 250mila dollari sulla propria testa. Il regista Gianfranco Rosi leggendo un saggio di Charles Bowden, giornalista freelance che si occupa di criminalità al confine tra Messico e States, sull’Harper’s Magazine scopre l’esistenza del killer e decide di contattarlo per girare il suddetto documentario.Ma per poter farsi intervistare chiede di essere pagato.

“Io di solito guadagno 4000 dollari per uccidere (to shoot) un individuo, vi chiedo 4000 dollari perché voi mi filmiate (to shoot me!)”

La particolarità di questa video-intervista risiede nell’assenza di immagini. Le parole del sicario risuonano nella nostra mente con quella tipica cantilena messicana da gangster,un tono immobile e possente in grado di suscitare in noi le immagini che il regista ha sapientemente omesso. Spetta alla sensibilità dello spettatore dosare gli accaduti e dargli il giusto peso,ecco la vera maestria di Gianfranco Rosi nel risultare imparziale dinnanzi a tanta efferatezza.

La dialettica hegeliana di Petra von Kant

ImmagineUn film di Rainer Werner Fassbinder

Con Hanna Schygulla, Margit Carstensen, Katrin Schaake

Titolo originale Die bitteren Tränen der Petra Von Kant.

Drammatico, durata 124′ min. – Germania 1972

In quest’ultimo periodo il cinema di Rainer Werner Fassbinder mi sta conquistando sempre di più. Ho Scelto “Le lacrime amare di Petra von Kant” perchè è un lavoro di duplice elaborazione.Una teatrale,l’altra cinematografica il dramma fu prima presentato a teatro il 5 giugno 1971 a Landestheater Darmstadt, Francoforte e solo un anno dopo riadattato come opera cinematografica. Le lacrime amare di Petra von Kant, scritto e diretto dallo stesso Fassbinder per Peer Raben, con il quale ebbe una corta relazione omosessuale, è un opera ricca di spunti,con dei dialoghi pazzeschi,in grado di lasciarti attonito parola dopo parola. Sebbene la trama sia abbastanza scarna e Kammerspiel, priva di colpi di scena,il film risulta abbastanza scorrevole: merito sicuramente dell’opulenza manieristica di oggetti di scena e dei costumi,valorizzati ulteriormente dal direttore della fotografia Michael Ballhaus, e dalla profondità della sceneggiatura.Nella stesura Fassbinder sfida tutte le difficoltà della convenzione teatrale,egli infatti relega l’intera opera in una sola stanza per una durata complessiva di circa due ore e con un ridottissimo numero di personaggi.

TRAMA

Petra Von Kant è una famosa stilista che vive sola con Marlene, la sua assistente apparentemente muta, la quale accetta i maltrattamenti e la severità della “padrona” senza battere ciglio. I due matrimoni di Petra sono finiti con la morte del primo marito e con il divorzio dal secondo; entrambi la hanno segnata profondamente. Un’amica le fa conoscere Karin, una ragazza giovane e bellissima, della quale Petra si innamora profondamente. Le due portano avanti una relazione ma col tempo Karin è sempre più fredda e crudele, e inizia a trattare Petra con sadismo, così come ella fa con Marlene. Ad un certo punto Karin lascia Petra per un uomo e questa cade in una profonda disperazione. Petra allora decide di voltare pagina e di migliorare il suo rapporto con Marlene, ma quando le si rivolge in modo affettuoso e amichevole, quest’ultima fa le valige e se ne va.

Le lacrime amare di Petra von Kant. (13 dicembre 2013). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 27 dicembre 2013, 12:08 da //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Le_lacrime_amare_di_Petra_von_Kant&oldid=63020137.

 

Le lacrime amare di Petra von Kant risulta una traslazione della teoria filosofica hegeliana nel cinema.Sin dalle primissime immagini la figura servo-padrone è incarnata rispettivamente da Marlene e Petra,per poi ripetersi tra Petra e Karin.Nel primo caso il dominio non è soltanto sentimentale ma anche economico.Marlene,completamente asservita,svolge dalle mansioni casalinghe a quelle lavorativo-stilistiche per conto di Petra. Eccola mentre disegna i bozzetti.

ImmagineNel secondo caso invece è Petra ad essere serva di Karin,la quale facente parte di un ceto sociale medio-basso,si comporta da arrampicatrice sociale e sfrutta la notorietà di Petra a suo favore.

“E’ la mia prima fotografia su un giornale. Fantastico. Io ti amo!”

Karin

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“Ogni volta che due persone si incontrano e stabiliscono una relazione si tratta di vedere chi domina l’altro. La gente non ha imparato ad amare. Il prerequisito per potere amare senza dominare l’altro è che il tuo corpo impari, dal momento in cui abbandona il ventre della madre, che può morire.”

Rainer W. Fassbinder

Ne la Fenomenologia dello Spirito Hegel illustra il principio fondamentale della sua filosofia: la risoluzione del finito nell’infinito. Egli ci mostra come ogni spicchio di realtà, il finito, non possa esistere se non in un contesto di rapporti, in una trama di relazioni che forma il tutto infinito.Molto importante è il concetto di Autocoscienza  ovvero “è la certezza che la coscienza ha di se stessa”, ma l’uomo riesce a riconoscersi soltanto se è riconosciuto da altre autocoscienze simili a lui. Questo riconoscersi deriva dalla lotta delle due autocoscienze nella dialettica servo-padrone che porta non solo al riconoscimento ma anche alla indipendenza.
Questo amour fou che spinge Petra ad asservirsi a Karin ribalta,in termini hegeliani,questa stessa dialettica. Non c’è una vera e propria risoluzione,piuttosto si ritorna,come nella maggiorparte dei drammi fassbinderiani,al punto d’inizio.Laddove Petra-padrona comprende la sua dipendenza da Karin-serva,quando rivolge il suo “nuovo amore” verso Marlene, questa la abbandona(Infatti la prima e l’ultima scena sono sempre di Petra avvolta nell’oscurità). Per non parlare di Karin che nonostante abbia compreso il suo ruolo di padrona,torna ad esser serva non appena il marito la chiama.Anche la figura di Marlene, che da serva dovrebbe aver imparato attraverso il lavoro  ad accedere all’autocoscienza,non si rende indipendente,anzi se ne và perchè non riesce a tollerare che Petra non la tratti più come una schiava.

Nei film di Fassbinder non esiste una democrazia dei sentimenti,ogni pulsione amorosa è individuale e come una bomba in esplosione, finisce con il danneggiare tutto quello che c’è intorno,vedi la madre di Petra delusa dalla sua omosessualità o l’abbandono da parte di Marlene. Soffrire e far soffrire è la condizione stessa dell’amore secondo Fassbinder, un concetto che viene ripetuto fino all’ossesso in tutti i suoi film. I personaggi si muovono solo per amore ma quando c’è da crescere e da migliorare la propria condizione, l’impotenza atassica si abbatte ferocemente su di loro.Sono personaggi che se non si suicidano possono solo ripiegarsi in se stessi.

Potrebbe inavvertitamente sembrare che la scelta del regista appaia piuttosto spavalda nello scegliere una storia amorosa per sole donne considerando l’epoca nel quale si tennero le riprese,ma Fassbinder tende a precisare:”Il punto è che credo di potere esprimere meglio quello che sento quando uso un personaggio femminile come centro”.L’amore omosessuale non deve quindi essere visto come una trasgressione liberatoria piuttosto come l’ennesima vittima dell’amore secondo le convenzioni borghesi.Petra è infatti interpretata dalla bravissima attrice Margit Carstensen,la quale incarnerà più volte le vesti borghesi per altri film di Fassbinder.

Sebbene il finale del film non lasci scampo è lo stesso Fassbinder a spiegarci le ultime scene: “se il film ha una conclusione terribile, un finale che non si può sopportare, bisogna trovare qualcosa d’altro. La morte è emancipatoria… non nel senso in cui comunemente si usa la parola, ma nel senso che il protagonista, che rappresenta il pubblico, comprende la necessità di un’utopia. Ne ha bisogno”.

E ancora: “Il film che ha un finale fatalistico crea nel pubblico il bisogno di cercare un’utopia. Più un film è fatalistico, più è ricco di speranze”.

Quali sono le vostre speranze dopo aver provato un amore così?

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“La capacità di provare dolore è proporzionale alla capacità di amare”

Petra von Kant

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“Non posso farci niente se sono innamorata di te,non posso farci niente.

Ho bisogno di te,ho tanto bisogno di te.

Volgio fare tutto per te,voglio essere al mondo solo per te Karin.

Sono così sola senza di te”

Petra von Kant