Kengiro Azuma Goccia Umana

Esattamente quattro anni fa ero a Roma in vacanza per visitare i Musei Vaticani.
Accaldato e stizzito dalla folla all’interno della Cappella Sistina decido di recarmi subito presso la Collezione d’arte religiosa moderna,meno affollata della precedente.
Ricordo di aver scattato molte fotografie senza fermarmi troppo ad osservare le singole opere. Oggi,riordinando i vari files.ritrovo le foto fra cui questa immagine: “Goccia d’Acqua, Ciclo Della Vita”  di Kengiro Azuma.
IMG_5945

Goccia d’Acqua, Ciclo Della Vita
Kengiro Azuma
(Yamagata 1926 – Milan present)
2011
Bronze and wood; 80 x 100 x 90 cm
Vatican City, Musei Vaticani, Collezione d’Arte Contemporanea

Kengiro Azuma, classe 1926, cresce in una modesta famiglia di fonditori di bronzo, che si trasmette la bottega da 12 generazioni di padre in figlio, viene educato a rispettare tradizioni, valori e doveri.
A 19 anni entra nei gruppi speciali d’assalto” kamikaze” come pilota da caccia dell’Aviazione della Marina Imperiale giapponese durante la seconda guerra.
Deluso dalla sconfitta della guerra, sostituisce l’arte all’amor di patria, lo stato ideale dove ricercare forme dell’esistenza.
 
“La goccia” testimonia il ciclo perenne della vita umana, paragonata al ciclo di vita dell’acqua che dapprima diventa goccia, bagnando la terra, successivamente evapora in cielo per poi ritornare goccia e ricadere nuovamente sulla terra
 
Appare chiaro fin dalle sue prime opere il richiamo della filosofia zen, la continua ricerca del vuoto che caratterizza l’essere umano, testimoniato nella Goccia da alcuni solchi che si aprono sulla superficie perfetta dell’opera.
 
«È stato un percorso lento a ritroso nel tempo. Sono tornato alle origini culturali giapponesi, alla filosofia Zen, per elaborare un processo creativo basato su premesse spirituali prima che estetiche, quando ho capito che mi interessava rendere visibili le forme dell’esistenza, partendo dal concetto di “MU”, che nella lingua giapponese significa vuoto, assenza.“MU” è la parte invisibile dello “YU”, il pieno, il presente e il visibile.
Mi sono concentrato sulla dialettica tra finito e non finito, spirito e materia.
La mia scultura a forma di goccia d’acqua racchiude diversi significati. Solidifica quell’istante fugace tra essere e non essere.
La goccia d’acqua contiene il ritmo perenne della vita: è una forma perfetta simbolica che condensa il concetto di liquidità e solidità, tende alla Terra e la nutre e poi diventa vapore acqueo, e i buchi e i solchi catturano la luce sul vuoto, fanno palpitare di vita la scultura»
c9ae7f5dadde1a895f53f9fc15bf04eec3f8254
Annunci

Mare Morbido e Naufraghi

 

Mare Morbido Mariantonietta Bagliato

 

Per diversi anni ho pensato che le gallerie d’arte contemporanea non avessero abbastanza spiegazioni delle opere esposte. Osservavo senza grosso entusiasmo tutto quello che non riuscivo a capire. È difficile approcciarsi ad un’opera d’arte, così come è difficile approcciarsi ad un altro o a se stessi. Ci sono tantissime barriere che innalziamo ancor prima d’incontrarci. Piano piano ho capito che per poter comprendere quello che vedevo dovevo spogliarmi di tante cose,cose difficili da togliere,che magari rimettevo subito addosso una volta distolto lo sguardo dall’opera. In questi ultimi anni sono cambiato molto. Adesso quando entro in Galleria non leggo neanche il nome dell’artista,corro subito all’opera e inizio a scavare dentro di me.

“Le letture, le opere degli altri artisti sono un po’ come le chiavi della macchina: permettono di mettere in moto ma poi devi avere l’auto e la benzina da metterci dentro per poter fare dei chilometri.”

Vinicio Capossela

Una volta ad un concerto di Vinicio Capossela fui turbato da una sua canzone chiamata      SS dei naufragati. Parlava del capitano di una nave che decideva di virare dritto verso la morte,portando con sé tutto il suo equipaggio. La presenza dal Coro della Cappella di S. Maurizio di Milano e la sua contestualizzazione ai fatti di cronaca di immigrati rendevano il tutto più funereo e cupo. È straziante pensare a quante vite siano affondate nel mare, a quanti ogni giorno combattono per riuscire a ritagliarsi un piccolo spazio nel mondo.

Quando sono entrato nella stanza con questo mare di cuscini mi sono sentito un naufrago sulla terraferma. Ho pensato a quante volte sono salpato per cercare qualcosa di meglio e a quanto ogni volta mi sentissi solo ad affrontare tutto. Questa cosa mi commuove ancora adesso mentre scrivo. Fortunatamente i colori dei cuscini hanno interrotto tutti questi pensieri e ho cominciato come un bambino a cercare quello che più mi rappresentasse. Quando alla fine mi sono trovato,sono tornato a vedere il mare e ho sorriso perché non ero solo.

Mariantonietta Bagliato

Se vi piace quello che scrivo basta aggiungere un like alla pagina Facebook Small Change Review

 

Aokigahara la foresta dei suicidi

IMG_2521

Circa due anni fa usciva per l’etichetta discografica Art of Propaganda il secondo full-length degli Austriaci Harakiri For The Sky intitolato “Aokigahara”. L’album è ancora fra i miei ascolti preferiti ma solo qualche settimana fa ho scoperto a cosa si riferisse il titolo.

aerial-view-of-fuji-and-aokigahara-forest

Alle pendici del monte Fuji in Giappone esiste un’enorme foresta chiamata per l’appunto Aokigahara. In seguito all’eruzione del monte Nagaoyama nell’864,si formò una gigantesca colata di lava, responsabile di un terreno cavernoso grazie al quale numerosi alberi oggi crescono rigogliosi. Una delle caratteristiche fondamentali della foresta è di essere contornata da rocce laviche che rendono l’ambiente protetto da raffiche di vento,dunque stranamente silenzioso. Ad oggi è una meta molto ambita da esploratori e escursionisti,ma già nel lontano XIX secolo nella foresta si praticava l’ubasute ovvero una antica usanza Giapponese adoperata nei periodi di carestia consistente nel lasciare morire un membro anziano o infermo della famiglia per non pesare sui membri attivi e giovani del nucleo familiare. Si riteneva che questi defunti si trasformassero in yūrei (“fantasmi”). Questa credenza è ancora ben radicata in Giappone dove si ritiene che siano proprio gli alberi ad essere permeati da queste entità maligne tali da indurre ogni visitatore a perdersi una volta dentro la foresta.

l1snHMG_99682-940x671

A rafforzare tali credenze è l’impossibilità di utilizzare la bussola,la quale una volta dentro Aokigahara impazzisce letteralmente. Ovviamente sappiamo che tale fenomeno è causato dai giacimenti di ferro di origine vulcanica.

JAPAN SUICIDE

La foresta è quindi già da tempo meta di suicidi,si stima infatti che ogni anno ci siano almeno  una settantina di morti,ma i dati sono in netto incremento, infatti è il luogo con il più alto tasso di suicidi in Giappone. Esiste anche la linea rapida Chūō e le scogliere di Tōjinbō. Nonostante l’istituzione di una guardia forestale appositamente creata per prevenire i suicidi e ripulire la foresta dai corpi di chi è riuscito nell’intento,il numero effettivo di morti non è esattamente calcolabile, poiché la foresta è così vasta che ritrovare i cadaveri è davvero un’impresa.

aokigahara_cadavres_1998-2003

Aokigahara è diventata ancora più popolare grazie al romanzo di  Seichō Matsumoto che narra le vicende di due amanti che finiscono entrambi suicidi nella foresta, o ancora del celebre  “The Complete Manual of Suicide” di Wataru Tsurumi. Dove l’autore descrive con dovizia di particolari tutti i possibili metodi di suicidio. In questo libro è anche presente una descrizione delle zone di Aokigahara meno trafficate,dove quindi è possibile compiere in totale isolamento il gesto senza che il proprio corpo venga poi rinvenuto. Si ritiene che questa intensa ondata di morti sia causata dal cosiddetto effetto Werther, ovvero si è visto il fenomeno dei suicidi aumentare a causa dell’effetto mediatico di questi libri e dei notiziari.

59fcc09e55c57c5c5b855e7add9748e8

Per tali ragioni l’ingresso alla foresta contiene numerosi cartelli che tentano di dissuadere i visitatori dalle loro intenzioni.

IMG_2518

“La vita è qualcosa di prezioso che ti è stato donato dai tuoi genitori”

Pensate ai vostri genitori, fratelli e ai vostri figli ancora una volta.
Non soffrire in solitudine

IMG_2520

noose-hanging-from-tree-in-aokigahara-forest

Da diversi anni a questa parte la foresta è stata ripulita. I corpi vengono prelevati e trasportati in un edificio apposito dove dopo aver tirato a sorte con il Janken (sasso,carta e forbici) uno della guardia forestale deve passare la notte nella medesima stanza con i cadaveri. Si ritiene che lasciare i corpi incustoditi durante la notte sia di cattivo auspicio per lo spirito del defunto (yūrei),il quale urlerebbe mentre il corpo si alzerebbe in cerca di compagnia.

Nonostante gli intensi sforzi della guardia forestale i suicidi continuano a verificarsi.

Segui gli aggiornamenti di Small Change Review anche su FACEBOOK

OoopopoiooO

copertinaNon faccio in tempo a finire gli esami universitari che subito mi si presenta l’occasione di recensire uno dei dischi più strani che io abbia mai sentito: Gli OoopopoiooO, un progetto musicale per due theremin allo specchio, un duo formato da Vincenzo Vasi e Valeria Sturba. Un lavoro davvero interessante e sconvolgente, che indaga le infinite possibilità espressivo-melodiche del Theremin. Con un bagaglio polistrumentista e guidati dalla sola voglia di sperimentare, gli OoopopoiooO ci accompagnano in un viaggio senza limiti.

1836874_302455083238120_7464063723160470006_o

Ero un pò spaventato quando la Tremoloa Records una mattina mi domandò:”Ciao  ti andrebbe di recensire un gruppo molto particolare?”. D’impulso ho accettato,la curiosità ha fatto molto. Quando mi è stato detto che la band in questione era un duo con quel pazzo di Vincenzo Vasi mi sono subito messo le mani nei capelli. Come farò a recensire uno dei suoi lavori? E’ un artista fuori dagli schemi,sicuramente uno dei più eclettici in tutto il panorama musicale italiano che ha collaborato con altri grandi nomi; tanto per citarne alcuni:Vinicio Capossela, Mike Patton,Marc Ribot, Roy Paci. Avevo già sentito il suo primo album da solista “Braccio Elettrico” ed ero rimasto senza parole. Protagonista anche quì il theremin. vasi2

Uno strumento che per quanto atipico è molto diffuso,ma sempre associato ai cosiddetti rumoristi. Lontani da questi clichè gli OoopopoiooO propongono vere e propie melodie con il theremin che fa da protagonista,arricchite da un tappeto di altri stumenti. Violino,basso,loop e perfino giocattoli, ci accompagnano creando un sound che possiamo definire quasi surreale.
Fra tutte mi ha colpito molto “Medusa”,una canzone che potrei definire “marineggiante”. “Mandorle” invece mi ricorda i primissimi lavori di Battiato (Fetus e Pollution) e la cadenzata “Dj Bimbo” scivola verso un finale raggae hip-hop. Ma potrei citarvi tanti altri artisti come ad esempio Captain Beefheart e gli intermezzi strumentali alla Tom Waits,ma sono solo echi profondi. In una loro intervista leggevo:“Entrambi proveniamo da due famiglie modeste, semplici. Il ricordo d’infanzia che più ci accomuna è l’aver provato, da un certo punto in poi, la sensazione di essere completamente fuori posto e fuori tempo…” e noi,li seguiamo senza fare troppe domande.

vincenzo vasi valeria sturba  © roberto cifarelli

 

Addio Robert Belfour

robert_02

Il 24 febbraio 2015 si è spento un grande musicista: Robert Belfour, detto “Wolfman”.
Per molti questo nome non dirà assolutamente nulla,visto che tutto sommato la sua carriera musicale non è poi stata così prolissa e profiqua come quella di un John Lee Hooker. Ad ogni modo per i soli due dischi da lui pubblicati,merita di essere sicuramente ricordato per il suo stile personalissimo e unico.

Nato in una piccola casa di legno parecchie miglia a sud di Holly Springs,
Mississippi nel 1940, imbracciò per la prima volta la chitarra per merito di suo padre. Col tempo e grazie anche al suo vicinato ricco di artisti del calibro di Othar Turner e Syd Hemphill,affinò le proprie abilità musicali senza mai acquisirne totale padronanza. All’età di 13 anni la morte del padre pose fine alla sua adolescenza cosicchè per i 6 anni seguenti dovette aiutare sua madre e suo fratello minore. Nel 1959 Robert sposò Norene Norman e si trasferì a Memphis nel Tennesse, dove per 35 anni il suo lavoro in cantiere lo tenne ben distante dalla musica.
Solo molti anni dopo,alcuni suoi brani finirono nella compilation “The Spirit Lives On: Deep South Country Blues and Spirituals in the 1990s” attirando l’attenzione della casa discografica Fat Possum Records, per la quale sono usciti i suoi due unici full-lenght.

mojostationblues

Per gli anni seguenti il nome di Robert Belfour fu l’ultimo ad essere ricollegato al genere “Hill Country Blues”  e i suoi shows nei nightclub di Memphis e Clarksdale erano una consuetudine.Quì era molto acclamato,per il suo essere sempre ben vestito e per la sua devozione verso la tradizione “Hill Country”.Si guadagnò il soprannome “Wolfman” a causa della sua voce profonda,che a tratti ricorda Peetie Wheatstraw.

“Avrebbe potuto suonare un set di tre ore, e la gente rapita, si sarebbe sporta in avanti per guardare, per avvicinarsi a lui”

RobetBelfour_2963340

Per quanto mi riguarda ho conosciuto Robert Belfour per puro caso. Mi incuriosiva molto la copertina di un suo album: “Whats wrong with you”, dove, con il volto visibilmente sporco, sorregge una cornice senza tela.

Senza avere grosse basi sul blues capì subito che le atmosfere da lui generate erano uniche. Cupe,ma molto emotive,come delle confessioni sussurrate all’orecchio,insomma qualcosa di intimo. Ed in effetti il suo sound è nettamente differente dal “classico” Delta Blues,basti pensare che la maggior parte dei bluesmen proveniva dal Delta del Mississippi,lui invece proveniva dalla parte montuosa settentrionale.
Terra diversa, musica diversa.

“’I ain’t no Delta blues man. I’m from Red Banks. It aint nothing like the delta, it’s hill country.”

Robert “Wolfman” Belfour

Parte lo si deve molto all’accordatura particolare della sua chitarra,una variante in Re aperto da lui stessa inventata, ma anche dalla apparente semplicità che trasmette nel vederlo suonare. Sta lì,seduto sulla sedia,imperturbabile mentre tutt’intorno ci sono file e file di persone che ondeggiano catturati dalla sua voce.

“Il suo blues non era per tutti;  ma, a mio avviso, è stato l’ultimo dei più significativi bluesmen Hill Country.

Ha dedicato ad esso tutta la sua vita”

Intervista ai Guano Padano

Intervistare i Guano Padano non è stato affatto semplice, come vedrete dalle loro innumerevoli collaborazioni e influenze è scaturita una chiacchierata piuttosto prolissa che ha messo a dura prova le mie conoscenze in ambito musicale,cinematografico e letterario. Nonostante questo l’intervista svela qualche piccolo retroscena. Se siete amanti di Tom Waits, Capossela e Calexico non potete sottrarvi alla lettura di quanto segue.  Guidati da Alessandro “Asso” Stefana, i Guano Padano nascono all’incrocio tra la Strada Provinciale che parte dalla campagna “padana”, che attraversa i Balcani e varca l’oceano per approdare nel Grande West. Il loro ultimo album è intitolato “Americana

“Americana è un titolo che, nella cultura italiana, ha una connotazione puntuale e precisa: fu l’intestazione di una controversa antologia realizzata negli anni ’40 del Novecento su progetto di Elio Vittorini, una collezione di testi di 33 narratori americani (dal primo Ottocento fino agli anni Trenta), alla cui realizzazione collaborarono, per le traduzioni, scrittori e intellettuali come, tra gli altri, Cesare Pavese, Eugenio Montale e Alberto Moravia”

Nicoletta Montella

Immagine-620x350Ciao Asso come sta andando la promozione di “Americana”?                                     Mi pare molto molto bene, il disco sta avendo un’ottima visibilità e suscita enorme curiosità del pubblico e degli addetti ai lavori.

Nicoletta Montella è l’ideatrice del concept, vuoi dirci qualcosa in più su di lei?
Com’è nata l’idea di musicare l’intera antologia “Americana” di Elio Vittorini?
Nicoletta oltre che essere la moglie di Zeno de Rossi (batterista dei Guano Padano) è una filologa e ci ha suggerito l’idea di rifarci all’Antologia di Vittorini per cucire le trame del disco. All’interno ci sono autori che seguivamo da tempo, che sentivamo particolarmente vicini e così ci siamo messi al lavoro.

Se non sbaglio Vittorini non era mai stato in America, voi sicuramente si, quindi rispetto a lui siete avvantaggiati, ma l’America che raccontate è però molto distante, quasi un sogno, rispetto a quella reale. Come se prendeste uno spunto da questi autori e poi a raccontarci dell’America fossero solo i Guano Padano.        In effetti il nostro lavoro sulle musiche è un gioco di rimbalzo, dall’America all’Italia e viceversa. In questo viaggio d’oltreoceano le cose si consumano quindi la nostra musica si trasforma in una vecchia e sbiadita polaroid che svela soltanto una parte del soggetto. Il resto è lasciato all’immaginazione dell’ascoltatore.

La vostra musica racconta del passato in chiave moderna, specie in “My Banjo Dog” è possibile ascoltare inserti di elettronica. Ma da quanto leggo c’è veramente poco di campionatori e compagnia bella. Gran parte della vostra musica si fonda sull’utilizzo di strumenti davvero antichi. Che diavolo è il Marxophone?

Non facciamo mai uso di pura “elettronica”, i suoni che senti su “My Banjo Dog” sono semplicemente una vecchia drum machine degli anni ’70, un marranzano siciliano distorto (che potrebbe in effetti sembrare un qualcosa di elettronico, ma non lo è) un organo Vox Continental degli anni ‘60 e così di seguito.
In realtà c’è l’uso dell’elettronica, ma come vedi molto primordiale.
Il Marxophone è uno strumento meraviglioso, nato nei primi del ‘900, è una sorta di Autoharp ma a corde doppie che vengono percosse da dei martelletti metallici che rimbalzano su di esse, creando una sorta di “tremolo”

Dove trovi questi strumenti? Come impari a suonarli?
Sono malato da anni, potrei scrivere un libro sul perché, come e dove ho recuperato ognuno dei miei strumenti. Ricordo tutto nei minimi dettagli. La curiosità sui timbri e sulle possibilità dei suoni mi spinge nei luoghi più assurdi, poi da solo cerco una strada per adattarli al mio modo di suonare.

MAC_Marxophone_003

“Americana” è un percorso che coinvolge Steinbeck, John Fante, Sherwood Anderson e Edgar Lee Masters, cosa ti affascina di questi autori?
Mi affascina sentire raccontare le storie di un mondo che non c’è più, da quelle dell’anziana vicina di casa a queste di grandi autori, fatti poi in maniera così magistrale…

John Steinbeck ha scritto della California più di ogni altro scrittore, affezionandosi ai contadini, ai pescatori, ai vagabondi e agli avventurieri. Tu a cosa sei affezionato dell’America?
Più o meno alle stesse cose, ma raccontate dalla penna di questi grandi scrittori, o dall’occhio di qualche grande regista. Che sia John Ford o i fratelli Cohen…

Come band siete più famosa in Italia o all’estero?
Direi in Italia, all’estero ci siamo solo affacciati in un paio di occasioni, una di queste per aprire il concerto dei Faith No More all’Hammersmith Apollo di Londra… un’indimenticabile concerto.

Com’è la scena musicale in Italia? Il pubblico italiano è in crisi?
La scena è più viva che mai, e il pubblico non è in crisi, semmai è confuso. Il fatto che la gente venga a sentirci pur non avendo mai sentito parlare di noi e poi resti contenta del concerto, vuol dire che c’è ancora grande curiosità.
Se c’è curiosità c’è vita e quindi non abbattiamoci.

Non è la prima volta che la vostra musica sia accompagnata dai commenti di Joey Burns dei Calexico, non hai mai pensato, visto le numerose collaborazioni, di creare un side-project con lui?
No, non ci abbiamo mai pensato, ma non escludo che possa capitare.
Sono abituato a lasciare che le cose seguano il loro corso naturale.
“Ciò che deve accadere accade” così mi pare dicesse Giovanni Lindo Ferretti…

 

“La colonna sonora ideale di un film girato a sei mani da Sergio Leone, Jim Jarmusch e Sofia Coppola”
Joey Burns

urlIn molti hanno dichiarato che la vostra musica sarebbe perfetta come colonna sonora per un film western. Vi vedremo anche al cinema prima o poi?
Lo speriamo anche noi…

Il vostro primo album è stato prodotto dalla Important Records, come mai siete andati fino in America? E’ stata una scelta obbligata oppure la conoscevate già? Perché avendo sotto la loro ala anche Jim Jarmusch la scelta sembra abbastanza ragionata!
Nel 2007 In Italia non riuscivo a trovare etichette disposte a pubblicare il mio primo disco solista.
Scrissi alla Important Records ed entrai così in contatto con John. Il disco gli piacque molto ed infatti pubblicò “Poste e Telegrafi” nello stesso anno.
Dopo qualche tempo gli proposi il primo disco dei Guano Padano che gli piacque altrettanto e pubblicò anche quello.
Al momento è fuori stampa, quindi pare sia piaciuto anche al pubblico.
Gli ultimi due album invece sono usciti per la Tremoloa Records,una label da te fondata. Come mai questa scelta? Non è più semplice affidarsi ad una label preesistente? Quali vantaggi hai ottenuto?
Come dicevo, o sempre avuto difficoltà a trovare qualcuno che si occupasse dei miei lavori, quindi, con non poca fatica, ho preso la situazione di petto ed ho deciso di pubblicare con il nome di Tremoloa Records.
Certo affidarsi a qualcuno è molto più semplice…
Vantaggi ? Non saprei…ma di sicuro ho potuto avere una panoramica molto chiara ed a 360 gradi del lavoro che si nasconde dietro ad un disco.
Tra poco pubblicherò il lavoro degli OoopopoiooO, duo formato da Vincenzo Vasi e Valeria Sturba.

Perché avete scelto il nome Guano Padano?
All’inizio è stato un gioco di parole, un nome nato quasi per scherzo da un’idea di Zeno.
Poi ci siamo trovati, abbiamo attaccato gli strumenti e ci siamo resi conto che di uno scherzo non si trattava. Oggi siamo arrivati al terzo disco.

Ascoltandovi si capisce quanto di vostro c’è in Capossela, non vi dà fastidio che il vostro nome, almeno nelle riviste di settore, sia sempre associato o coperto dal suo?
E’ abbastanza tipico che se un musicista suona con qualcuno di più “grande” il suo nome venga spesso associato ad esso. E’ risaputo, personalmente non mi dà fastidio, ma dipende dai termini in cui viene posta l’associazione. Facendo molte altre cose, oltre che a suonare con artisti più “grandi”, non nascondo che fa molto piacere quando, come nel caso di quest’intervista , vengono prese tutte in considerazione in egual misura.

In una sua intervista lui ha dichiarato che i musicisti che lo circondano sono amici di lunga data. Ma un bresciano come te, come ha potuto conoscere un “milanese” come Capossela?
C’è qualche vostro aneddoto divertente che ti va di raccontarci?
Oggi forse anche io posso considerarmi un suo “amico di lunga data”. Sono infatti 10 anni che suono con Vinicio. Lo incontrai per caso, una notte del 2003 in un locale di Milano che si chiamava “Casa 139”. All’epoca suonavo con Marco Parente (con il quale tutt’oggi collaboro), Vinicio arrivò molto tardi, a fine concerto, quando per caso cominciò una jam session, tra i presenti anche Manuel Agnelli (Afterhours) e Cesare Basile. Vinicio partecipò alla jam e prima di abbandonare il palco mi disse: “resta qui, suoniamo questo pezzo, è in mi bemolle”. Avevo con me una pedal steel e lo accompagnai. Il brano lo riconobbi tempo dopo, era “Ovunque Proteggi”, lo avrebbe registrato e pubblicato tre anni dopo.

Il tuo album solista “Poste e Telegrafi” è un full-lenght molto intimo e sperimentale. Come può un semplice lavoro come quello del postino, influenzare cosi ecletticamente un musicista?
Prima di permettermi il lusso di fare il musicista a tempo pieno dovevo guadagnarmi da vivere con altro e, dopo aver provato svariati lavori con pessimi risultati, cominciai per caso a fare il postino.
Lo feci per tre anni, con grande passione. Ancora oggi mi trovo periodicamente per la cena con i colleghi postini.
Da certi punti di vista è un lavoro che trovo molto simile al musicista, il fatto di essere sempre in posti diversi, abbandonarli poco dopo, la ripetitività del lavoro mi ispirò il brano “Poste e Telegrafi Blues” al quale collaborò Marc Ribot (Tom Waits, Vinicio Capossela, Elvis Costello) e che qualche anno dopo ri-registrò con i Ceramic Dog e divenne il brano “Digital Handshake”
Ci saranno delle ristampe dei tuoi due album da solista?
Il disco è stato pubblicato da Important Records ma è fuori stampa.
Non appena pubblicherò il nuovo disco, mi preoccuperò di ristamparlo. Magari solo su ordinazione.

Nel brano “Prairie Fire” avete collaborato con Mike Patton, come vi siete conosciuti?
Nel 2007 venni contattato da “Angelica” di Bologna, mi dissero che Mike Patton era alla ricerca di musicisti Italiani per il progetto “Mondocane”. C’erano svariati chitarristi e alla fine scelsero me e Riccardo Onori. Ad oggi sono rimasto l’unico chitarrista del progetto.

Ti piacciono i suoi progetti più estremi? (Fantômas o The Dillinger Escape Plan)
Molto, trovo che Patton sia un grandissimo musicista da seguire in tutte le sue sfumature.

Collabori con lui nei “MONDOCANE”, un progetto basato sulla reinterpretazione di brani italiani dall’età d’oro degli anni ’50 e ’60. Quindi sei un nostalgico anche dell’Italia, non solo dell’America!
Assolutamente. Un nostalgico della Moka Bialetti, dei cappelli Borsalino, della Vespa Piaggio (pre anni ‘70)

Qual è stato il tuo primo approccio con la musica?
Da piccolo ballavo senza senso davanti allo stereo di casa, poi vedendo mio padre suonare la chitarra, per imitazione, lo seguii…

Quali sono i generi che ascolti di solito?
Oh tanti…Dipende, se ho bisogno di parole mi rifuggo in De Andrè, in Bob Dylan, in Johnny Cash se ho voglia di vecchia musica ascolto Clarence Ashley, Dock Boggs, Buell Kazee, Joseph Spence, oppure mi muovo su Steve Reich, Morton Feldman, Talking Heads, Talk Talk troppi da citare…

Che fine ha fatto il progetto “Assodifiori”?
E’ in attesa di pubblicazione, da anni. E’ un disco splendido, nato dalla più spontanea e sincera collaborazione con Alessandro Fiori. Ne siamo molto gelosi, lo custodiamo con cura.

Perché non mi parli un po’ dei Cargored? Ho visto il video su youtube dove si vede questa gigantesca “Noise Box” che richiama le macchine picaresche dei film di Kusturica.
E’ un nuovo progetto al quale sto lavorando con i Cabo San Roque, gruppo sperimentale spagnolo (del quale ho prodotto l’ultimo disco “12 Rounds”) particolare sopratutto per il fatto che si auto-costruiscono i loro strumenti.
In questo caso hanno costruito una macchina sonora che produce la ritmica del progetto. E’ composta da tamburi, viti, un piccolo cranio, elastici, pettini. Tutte queste cose producono un tessuto ritmico molto particolare e stimolante. Abbiamo registrato metà album e piano piano stiamo proseguendo.

Intorno a te hanno sempre girato grandissimi musicisti: Marc Ribot, Leo Abrahams, Calexico, Mike Patton, Gary Lucas, Chris Speed, Mark Orton, Ted Reichman e Vinicio Capossela tanto per citarne qualcuno. Credi sia stata una fortuna incontrarli?
Assolutamente. Sono le magie della musica, è tutta gente che non avrei mai incontrato in nessun altro modo.
Tantissimi dei miei grandi amici di oggi sono persone conosciute tramite la musica.

Come hai conosciuto Alessandro Alessandroni? (E’ un compositore, direttore d’orchestra e arrangiatore italiano, noto soprattutto per la sua grande abilità nel fischiare (dimostrata prevalentemente in molte colonne sonore di spaghetti western di Ennio Morricone)
Lo contattai prima delle registrazioni del primo disco dei Guano Padano. Fu difficile incontrarsi, anche perché per buona parte dell’anno il Maestro Alessandroni vive in Namibia.
Alla fine andammo a casa sua, nel Viterbese, con uno studio mobile e immortalammo il magico fischio.Una vera emozione.

Quali sono i vostri prossimi obiettivi?
Ora siamo nella fase finale del tour invernale, riprenderemo con l’estivo e speriamo un pò di estero, portare il disco in Europa e negli USA sarebbe molto importante per noi.

Sono previste delle date al Sud d’Italia?
Non ancora, ma ci andremo di sicuro.

Come da tradizione lascio all’intervistato la scelta di un brano musicale con cui concludere l’intervista.

GUANO PADANO:

ALESSANDRO “ASSO” STEFANA steel guitar, banjo, raagini, clap hands, acoustic guitar, soprano guitar, pedal steel guitar, electric guitar, omnichord, stylophone.
DANILO GALLO bass, vibes, clap hands, upright piano, caravelle delux organ, vox super continental organ, eko tiger.
ZENO DE ROSSI drums, slit drum, tambourine, clap hands, vocal, trap set, bull buster, glockenspiel.

Arnaldo Pomodoro nei Castelli Federiciani della Puglia

Finalmente anche per me è tempo di vacanza, dopo aver girato in lungo e in largo in motocicletta la Basilicata, era finalmente arrivato il momento di approfondire al meglio le mie origini pugliesi. Per l’occasione,dal 9 Luglio al 30 Novembre, il maestro Arnaldo Pomodoro,uno dei più grandi scultori contemporanei, ha deciso di “decorare” i più importanti Castelli Federiciani presenti in Puglia con le sue splendide opere in bronzo. Inizia così il mio viaggio. Destinazione il Castello Svevo di Trani.

Tutte le foto sono state scattate da Small Change Review, è vietato qualsiasi utilizzo al di fuori di questo blog.

IMG_3215

Edificato nel lontano 1233, il Castello Svevo di Trani, presenta una struttura quadrangolare semplice, su modello dei castelli crociati di Terra Santa, a loro volta debitori dei Castra Romani. Giunti nella Piazza del Duomo è possibile muoversi su di un “velo bianco” di Pietra di Trani che si frappone rispettivamente a sinistra con il castello,a destra con la celebre Cattedrale. Il tutto è abbracciato sul versante Adriatico dall’omonimo mare.

Obelisco per Cleopatra

Di fronte al castello,sempre nella piazza, è presente “L’Obelisco per Cleopatra”, un ‘opera originariamente destinata alla scenografia de “La Passione di Cleopatra”, di Ahmed Shawqi, ora presente a Trani come un monolite di poco più di 10 metri in bronzo e corten che ha suscitato,nella popolazione autoctona non poche lamentele.Una delle tante: “quell’ammasso di ferraglia poco ci azzecca con il nostro castello!”

Io rispondo con le parole di Giulio Carlo Argan:

“Piene di valenze aperte ,hanno bisogno di siti significativi con cui combinarsi”

Se è vero che il modernismo del Pomodoro sembri fuoriluogo dinnanzi ad un castello del 1233,è anche vero che le sue opere, ovunque vengano posizionate, acquisiscono un diverso significato,una diversa chiave di lettura, così da non risultare mai scontate,ma soprattutto mai noiose.

Marco Polo

Entro nel castello e subito mi ritrovo il “Grande Portale Marco Polo, Studio” , ovvero uno studio di cm 121 x 102 x 20, significativamente ridotto rispetto all’opera esposta in occasione dell’Esposizione Universale di Shanghai alta ben 12 metri.

 

“Con la mia opera desidero rendere omaggio al mito del grande viaggiatore veneziano e al contempo testimoniare l’incontro tra due grandi civiltà che oggi, nell’epoca della globalizzazione, partecipano a uno scambio sempre più frequente.”
                     Arnaldo Pomodoro
Essa è infatti costituita da due facciate,la prima dedicata al mondo occidentale,la seconda alla Cina. Una moltitudine di simboli che si intersecano delinenado uno scambio tra due culture completamente diverse.
Mi sposto a Castel Del Monte,inserito dal 1996 nell’elenco dei patrimoni dell’umanita secondo L’UNESCO. Forse è la parte che più ho preferito dell’intero tour. Una moltitudine di opere in bronzo brillano,come gioielli, nelle enormi sale del Castello. Indescrivibili le sensazioni provate nel percorrere questo enorme ottagono.
DSC_1365
DSC_1420 DSC_1425 DSC_1424 DSC_1406 DSC_1384 DSC_1387 DSC_1381
La mia ultima tappa è stato il Castello Normanno – Svevo di Bari. Imponente struttura sita ai margini della città vecchia e attorniata da un profondo fossato. Anche quì le Sculture del Pomodoro interagiscono con l’ambiente circostante. Le antiche mura si intersecano col bronzo, come opposti si scontrano delinenando un’armonia del tutto nuova. Scettri appuntiti e squadrati si alternano a scudi che ricordano ossi di seppia modellati dall’acqua salmastra.
DSC_1532
DSC_1549IMG_3247
IMG_3248
Tra le primissime “opere” di Arnaldo, e di suo fratello Giò, ci sono gli ossi di seppia,utilizzati come gioielli o come stampi,sopra i quali venivano incise forme arcaiche. Mi piace allora pensare che l’importanza dell’opere del Pomodoro risiede non solo nel lugo in cui sono poste,ma anche dallo spettatore. Le superfici lucide e scintillanti del bronzo interagiscono differentemente ogni qualvolta ci apprestiamo a osservarle. La nostra immagine plasma le sculture, ma anche le sculture plasmano noi.
DSC_1497